|
di
Vittorio Messori
Il cosiddetto
american way of life non è certo il mio ideale. «Ci
hanno salvati due volte», dicono spesso i fanatici dell'Usa-mania,
riferendosi alle due guerre mondiali. Ma, a ben
guardare, i motivi degli Stati Uniti per intervenire non
erano così limpidi, e proprio certi loro errori furono
all'origine dell'emergere dei fascismi. Poiché amo la
mia cultura - quella, cioè, di italiano "padano" nonché
di cattolico - rispetto ogni altra cultura e tradizione.
In effetti, come dimenticano spesso certi "dialoganti"
confusionari, l'amore di sé è condizione indispensabile
per l'amore verso gli altri.
Solo chi è
consapevole della sua identità e non vuole essere offeso
in ciò che gli è caro, si guarda dall'offendere ciò che
è caro ad altri. Dunque, alla pari di ogni altro Paese,
rispetto anche gli Stati Uniti e quella loro cultura,
della cui bontà sono così convinti da farne un'ideologia
da esportazione mondiale, dandole un nome: american way
of life. Rispetto, dunque. Ma, a differenza di tanti,
oggi, non faccio del Nord America il mio ideale, non ho
alcuna intenzione di abbandonare le mie tradizioni per
adottare le loro. Il mio "istinto" cattolico si sente
estraneo a un Paese che è figlio prima del
protestantesimo radicale, poi della massoneria (tutti i
Padri della Patria erano massoni e vollero riempire dei
loro simboli non soltanto il dollaro ma ogni altro
emblema, a cominciare dalle bandiere dei singoli Stati),
infine di un ebraismo, soprattutto ashkenazita, che è
sceso in profondo attraverso la cultura, i mass media,
lo spettacolo.
Mi ha sempre sorpreso
il totale oblio che ha avvolto la lettera apostolica
Testem benevolentiam del 1899, con la quale Leone XIII
condannava quello che fu chiamato "americanismo" e
denunciava una deriva che il cristianesimo stava
prendendo (ma, malgrado gli avvertimenti, sempre più
avrebbe preso) nel Nuovo Continente. Naturalmente,
lascio che chi vuole sia affascinato dagli States sino a
vestire, cantare, parlare come loro; e facciano pure se
rischiano così la figura dei provinciali se non dei
barbari nell'impero romano, ansiosi di adeguarsi a usi,
costumi, lingua dei dominatori. Amando però la verità -
e conoscendo un poco la storia - non accetto una sorta
di ricatto cui si è spesso sottoposti quando si è
sospettati, quasi fosse una colpa, di non volere
confondere il doveroso rispetto anche per gli americani
con l'ammirazione o magari l'entusiasmo: «Ingrati!
Dovreste essere riconoscenti a quel grande Paese che,
nel secolo scorso, ha salvato l'Europa almeno due
volte».
Si allude,
naturalmente, alle due guerre mondiali, nelle quali fu
decisivo l'intervento statunitense. Varrà allora la pena
di ricordare, almeno a grandi linee, come siano andate
davvero le cose: cercare di ricostruire la verità
storica e dare a ciascuno il suo non è forse tra i
doveri del cristiano? Va detto, innanzitutto, che alla
fine del 1916 gli americani rielessero come loro
presidente il figlio di un pastore presbiteriano,
secondo molti massone (come tutti o quasi i suoi
predecessori), Thomas Woodrow Wilson. Lo slogan
vincente della sua campagna elettorale era stato: «Vi ho
tenuti fuori dalla guerra! ». In effetti, Wilson aveva
subito proclamato la neutralità davanti all'incendio
scoppiato in Europa nel 1914. Una decisione che piacque
agli americani che, perciò, premiarono con un nuovo,
trionfale mandato l'uomo che non voleva trascinarli
nelle beghe sanguinose di un'Europa poco amata da un
popolo la cui maggioranza aveva dovuto fuggire dal
Vecchio Continente a causa della miseria o della
persecuzione, religiosa e politica. I cattolici erano
tra i più contrari alla guerra, soprattutto se a fianco
di inglesi e francesi: non solo per amore religioso di
pace, ma anche perché il nerbo del cattolicesimo
americano era costituito o da irlandesi che non
dimenticavano le persecuzioni britanniche o da
austriaci, tedeschi o altre etnie dell'Europa centrale
che non intendevano combattere contro le loro patrie
d'origine.
Quanto ai cattolici
di provenienza italiana, erano stati ben contenti di
affiancare la Penisola nella neutralità ed erano
d'accordo con il Papa che definiva quanto stava
avvenendo una "inutile strage". Se gli irlandesi
detestavano l'Inghilterra persecutrice, nessun credente
amava la Francia, con il suo governo tra i più
anticlericali del mondo che da poco aveva sciolto le
congregazioni religiose e cacciato frati e suore.
Invece, pochi mesi dopo la rielezione, il 6 aprile del
1917, Wilson rinnegava le promesse elettorali e
dichiarava guerra alla Germania scegliendo per giunta
(per alcuni non fu un caso) la ricorrenza del venerdì
santo per la dichiarazione ufficiale. Naturalmente -
come avviene dappertutto,ma in particolare negli
Stati Uniti - pure quella volta la decisione di scendere
in guerra fu ammantata di nobili ideali, a cominciare
dal fatto che l'America «madre e custode della
democrazia nel mondo» intendeva difendere con le armi
quel grande valore minacciato. Motivazione stupefacente:
accanto alla Gran Bretagna e alla Francia, combatteva la
Russia zarista, cioè uno dei sistemi meno democratici e
più totalitari, sino alla barbarie, del mondo intero.
Inoltre, sia la
Germania che l'Austria-Ungheria erano Paesi
parlamentari, con libere elezioni e, tra l'altro,
potenti partiti d'opposizione socialisti. Il sistema
sociale tedesco a favore degli operai e dei lavoratori
era, sin dai tempi di Bismarck, tra i più avanzati.
Quanto all'Impero
austro-ungarico, la prova della tutela culturale dei
molti popoli che ne facevano parte e della loro fedeltà
al comune sovrano fu testimoniata dalla compattezza e
dal valore con cui quelle sue armate multietniche
combatterono sino alla fine. E, come si sa, ci sono
ancora molti (anche nelle province italiane che ne
facevano parte) che sono nostalgici dell'Impero perduto.
La propaganda di Wilson insistette pure, per
giustificare l'intervento, nel riesumare il siluramento
- avvenuto peraltro due anni prima e legittimo secondo
il diritto di guerra - del transatlantico inglese
Lusitania, sul quale erano morti un centinaio di
americani. Non si esitò neppure a sfruttare una delle
menzogne più odiose divulgate dagli alleati: l'accusa,
cioè, ai tedeschi di mozzare le mani ai bambini belgi.
La realtà, era,
ovviamente diversa: tra i motivi dell'intervento c'era
il timore che la sconfitta dell'Intesa impedisse il
rimborso dei grandi prestiti fatti a Inghilterra,
Francia, Italia, Russia. Accanto alla pressione dei
finanzieri, c'era quella degli industriali nonché degli
imprenditori agricoli: i commerci con i tedeschi erano
impediti dal blocco della flotta inglese nel Mare del
Nord, quelli con gli austro-ungarici dalle flotte
francese e italiana nel Mediterraneo. Dunque, le
gigantesche esportazioni dell'America ancora neutrale
verso l'Europa erano dirette esclusivamente agli
Alleati. In caso di loro disfatta (che appariva sempre
più probabile) sarebbe ovviamente cessato quel
lucrosissimo mercato e nessuno, per giunta, avrebbe
pagato i debiti. La stampa americana che, unanime, aveva
sostenuto Wilson nel suo neutralismo, cambiò
all'improvviso atteggiamento e difese ora, senza
esitazioni, il suo interventismo. Una svolta
sorprendente che, stando a molti storici, trova
spiegazione nella celebre dichiarazione Balfour. Questo
Lord era il ministro degli esteri della Gran Bretagna:
recatosi negli Stati Uniti per cercare di ottenerne
l'ingresso nella guerra, dichiarò pubblicamente che,
dopo la vittoria, il suo Paese, ereditando la Palestina
dall'impero turco, vi avrebbe favorito la creazione di
un "focolare nazionale ebraico".
In cambio di quella
"dichiarazione" senza la quale, 30 anni dopo, non
sarebbe nato lo Stato d'Israele, i trust ebraici
americani, che possedevano i media più influenti (i
giornali, ma anche le già potenti case di produzione
cinematografica) decisero di appoggiare l'intervento.
Non mancò neppure la pressione della massoneria, che
contava negli Stati Uniti milioni di aderenti. Malgrado
le logge inglesi e americane siano contrassegnate meno
che le latine dall'anticlericalismo, i "fratelli"
anglosassoni vollero manifestare solidarietà ai massoni
europei che desideravano la distruzione dell'impero
austro-ungarico, considerato l'ultimo erede
dell'aborrito Sacro Romano Impero e bastione della
Tradizione soprattutto cattolica. Qualcuno ha osservato
che la storia sembra talvolta avere a che fare con le
leggi della fisica: l'Europa era esplosa sotto la
pressione di forze interne che dovevano ora trovare un
nuovo equilibrio.
Ma a questo non si
poteva giungere, pur attraverso tanta violenza, se sul
"sistema" irrompeva all'improvviso un elemento estraneo
come la potenza americana. Questa, facendo pendere il
piatto della bilancia da una parte, squilibrava
l'Europa, impedendo che i rapporti di forza locali
riassestassero durevolmente il continente. Ma la pesante
mano allungata attraverso l’Atlantico agì anche, forse
soprattutto, alla fine della guerra. Sebbene cercassero
di trattenerlo, Wilson, caldo di spirito umanitario,
volle andare in persona alla conferenza di pace di
Versailles: e, qui, con quei trattati sciagurati che vi
furono imposti, contribuì in modo forse decisivo a porre
le basi per lo scoppio, vent’anni dopo, della seconda
guerra mondiale. A Versailles, come si sa, il presidente
americano portò i suoi celebri "quattordici punti per
una pace giusta": l'aspetto era edificante e nobile ma
in realtà quei "punti" erano un condensato di utopia, di
moralismo puritano, di ignoranza della vera realtà
europea, di "democraticismo" ridotto a ideologia.
In nome, ad esempio,
di un astratto "principio di nazionalità" (oltre che
dell'odio massonico cui accennammo) si procedette alla
distruzione totale dell'impero austro-ungarico,
inventando persino Paesi come la Jugoslavia o la
Cecoslovacchia che non a caso si sciolsero appena ne
ebbero la possibilità. La nascita e l'affermazione del
fascismo italiano, che avrebbe fatto scuola nel mondo
(senza di esso, lo riconobbe sempre Hitler, non ci
sarebbe stato il nazionalsocialismo) furono stimolate da
quella che fu chiamata "la vittoria mutilata". Wilson,
infatti, in nome dei suoi schemi di "principio di
nazionalità" e di "autodeterminazione", oltre che
di ignoranza della storia e della situazione concreta,
favorì le richieste in Istria e Dalmazia, per secoli
terre veneziane, di croati e sloveni che pure avevano
combattuto sino alla fine con gli austriaci. Come si sa,
davanti alla intransigenza ideologica americana, la
delegazione italiana abbandonò polemicamente Versailles.
D’Annunzio, con un colpo di mano, occupò Fiume, dove
inventò tutto l'armamentario che sarebbe stato adottato
dal fascismo nascente.
Sta di fatto che fu
il trattato di Versailles - misto di spirito francese di
vendetta e di dilettantismo britannico, ma anche di
utopismo e moralismo americani - che permise a Mussolini
di ascendere al potere. Ma fu lo stesso trattato, così
pesantemente condizionato dagli Stati Uniti, che - con
la sua carica di ingiustizia brutale e insieme di
ingenuo irrealismo - pose le condizioni perché Hitler
conquistasse il potere "democraticamente", portato
al cancellierato con libere elezioni dalla disperazione
tedesca. Se questi, a grandi linee, sono i fatti, c´è da
chiedersi se - tra 1917 e 1919 - l'America abbia davvero
"salvato" l'Europa o se non ne abbia aggravato i
problemi, contribuendo per giunta a porre le basi per la
tragedia successiva. Quando poi questa giunse, la scelta
degli Stati Uniti fu netta: stroncare il totalitarismo
nazista ma, al contempo, favorire il totalitarismo
marxista.
Mai l'Urss avrebbe fermato i tedeschi davanti a Mosca e
Leningrado senza l'enorme fiume di materiali, munizioni,
viveri, denaro che le giungevano dagli States. E mai i
russi avrebbero potuto occupare tutta l'Europa orientale
e parte di quella centrale se gli americani non avessero
respinto l'invito dei più realisti inglesi: dopo avere
sgominato i nazisti, fermare i comunisti almeno nei loro
confini, se necessario con le armi. O, più
semplicemente, con un semplice avvertimento: solo gli
Usa, allora, avevano una potenza nucleare. Mai, poi, gli
uomini con la stella rossa avrebbero potuto assurgere
alla dignità e al prestigio di giudici della barbarie
altrui se gli americani non li avessero voluti in quella
Norimberga dove si vide uno spettacolo tragicamente
grottesco: Stalin che, virtuosamente, giudicava Hitler.
È verità storica che
la potenza militare americana salvaguardò l'Europa
dall'aggressione sovietica. Ma è altrettanto vero che il
"socialismo reale" non avrebbe raggiunto quella potenza
e quello status senza le scelte americane tra il 1941 e
il 1948. Insomma, che ciascuno faccia ciò che gli pare:
quanto a me, mi guarderò sempre dall'insolentire
qualunque popolo, dunque neppure quello americano. Ma
neanche accetterò di considerarlo "salvatore" del
continente di cui la mia terra è parte.
[Jesus,
n. 2, -
Data pubblicazione: Febbraio 2007]
Fonte:
www.stpauls.it/jesus/
|