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Le
famiglie abbandonate dal governo Prodi mentre si finanziano i
transessuali |
Da Il Giornale
Fondi ai trans, il
triste reality di Casa Prodi
di
Alessandro Gnocchi
e Mario Palmaro
C’era una volta il
socialismo reale. Già, c’era una volta:
perché oggi, anche nelle regioni
comuniste doc, bisogna accontentarsi del
socialismo relativista. Tanto che la
rossissima Regione Toscana ha destinato
150mila euro del Fondo sociale europeo
alla creazione di carte di credito
riservate a transessuali e transgender
in cerca di lavoro. Roba da far drizzare
tutti i peli della barba del povero
Carlo Marx.
Benvenuti nel cosiddetto «Paese normale»
che i post comunisti e i post cattolici
dell’Unione promettevano da tempo. Dopo
rapida gestazione ecco qua uno dei tanti
figli in provetta prodotti dal
matrimonio fra marxisti senza marxismo e
cattolici senza cattolicesimo, per i
quali il concetto di normalità dipende
dalla moda.
Questo, rapidamente, il fatto: l’Unione
europea stanzia da alcuni anni dei fondi
per promuovere lo svolgimento di corsi
professionali per i nostri ragazzi.
Corsi che, quando sono ben progettati e
ben realizzati, insegnano davvero un
mestiere e introducono nel mondo del
lavoro i giovani. Così la rossissima
Regione Toscana ha pensato di inventarsi
con quei fondi una carta prepagata di
2.500 euro procapite da spendere in due
anni, utilizzabile solo per frequentare
corsi di formazione. Bene, diranno
molti. Però, c’è un però: la carta è
riservata a coloro che esibiscano un
certificato del servizio sanitario con
la diagnosi di «disturbo di identità di
genere».
«La somma è modesta, l’idea è grande»
commenta trionfalmente un comunicato
dell’ufficio stampa della rossissima
Regione Toscana, che aggiunge per la
precisione: «Non è però il primo
esperimento che si tenta in Toscana in
questo settore. Nel centro per l’impiego
di Pistoia si era già iniziato ad
utilizzare la carta per permettere ai
trans di studiare ed aggiornarsi per poi
trovare un canale d’ingresso in
un’azienda, un ufficio, un ospedale, un
luogo in cui costruire un futuro e dei
rapporti umani e professionali senza
sentirsi emarginati, strani, diversi,
osservati».
Se qualcuno pensa di essere finito su
Scherzi a parte si svegli. Questo è un
episodio, e nemmeno l’ultimo purtroppo,
di «Casa Prodi», il reality show più
triste e veritiero della Seconda
Repubblica. L’idea brillante, questa
volta, è venuta all’assessore al Lavoro,
il democratico di sinistra Gianfranco
Simoncini, che spiega come il sussidio
sia «diretto alle fasce deboli del
mercato e non c’è dubbio che quella dei
trans lo sia. Vogliamo dare a queste
persone una concreta opportunità di fare
una vita normale, evitando che
l’isolamento le spinga a prostituirsi
per riuscire a guadagnare dei soldi.
Dobbiamo toglierle dal marciapiede».
E i cattolici che pure fanno parte di
quella maggioranza di governo? Non
pervenuti. Tace il vicepresidente
Federico Gelli, già presidente
provinciale delle Acli. Ma tace pure il
sito della diocesi di Firenze, che non
dà la notizia né la commenta in alcun
modo. E pure quello del settimanale
cattolico Toscana Oggi.
Questo è il «Paese normale» che
l’esercito della salvezza progressista
vuole confezionare per il nostro futuro,
trasformando i famosi «diritti civili»
in veri e propri servizi garantiti e
pagati dallo Stato. Ci vogliono
traghettare in un territorio
dell’assurdo che è al di là del bene e
del male, ben oltre il confronto atavico
fra destra e sinistra. Perché non ci
vuole la tessera di un partito
particolare, o una fede religiosa
specifica, per certificare
l’insensatezza, per non dir di peggio,
di un provvedimento così sgangherato. È
dunque questo il tragicomico epilogo di
quello che una volta fu il glorioso
partito dei proletari: i deboli mica
sono gli handicappati, o le mamme con
tre figli, o gli anziani. Abbandonata la
prole al suo destino, lo Stato sociale
si rivolge a nuove categorie meritevoli
della mano compassionevole
dell’autorità.
E tutto questo scialo di denaro
pubblico, perché? Per strizzare l’occhio
alla «diversità» e assumere come modello
culturale la nuova ideologia del
«genere», secondo la quale «maschile» e
«femminile» non sono più dei dati
oggettivi, che la biologia ci mette
davanti senza possibilità di equivoco.
«Maschio» e «femmina» sarebbero solo
delle «categorie culturali», che devono
essere superate dalla libera
determinazione del singolo. Dai
post-comunisti siamo approdati ai
trans-comunisti. E adesso chi va a
spiegarlo ai compagni in qualche Casa
del popolo un po’ fuori mano? Ma questa
iniziativa del centrosinistra toscano un
merito in fondo ce l’ha: dimostra che il
confronto politico dei prossimi anni
passa lungo la linea delle scelte di
valore. Il centrodestra ha vinto nelle
competizioni locali perché è visto dalla
gente comune, giustamente, come
interprete della sana, banalissima,
normalità. E tanto più si imporrà quanto
più si confermerà alternativo al
socialismo relativista di questa
sinistra nichilista. C’è un elettorato
normalmente borghese - tanto disprezzato
dalle élite culturali «de sinistra» e
dai cattolici adulti - che su certi
valori non tollera tradimenti. Non ama
le amministrazioni che buttano via 290
milioni delle vecchie lire per
destinarli alla «categoria socialmente
debole dei trans».
[Il Giornale -
Data pubblicazione: 09/06/2007]
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=184421 |
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